NOVANTA MINIMAL
Team ISSUE - Novembre 10th, 2025
C’è stato un momento, a metà degli anni ’90, in cui un nuovo stile conquistò New York.
Gli anni ’80 erano stati il decennio dell’eccesso: il rosso Reagan-Valentino, i penthouse firmati da Renzo Mongiardino e Mario Buatta, le gonne gonfie di Lacroix e un’ambizione smisurata — a volte violenta — incarnata alla perfezione da Donald Trump e da Patrick Bateman, protagonista di American Psycho.
Il decennio successivo fu una risposta a quell’euforia visiva e morale: un’ondata minimalista che avvolse l’intera città, trovando il suo epicentro all’angolo tra Madison Avenue e la 60ª strada.
È lì che, nel settembre 1993, aprì le sue porte Barneys New York, il leggendario department store che rivoluzionò il retail, ridefinì il lusso urbano e mise sulla mappa intere generazioni di creatori europei, da Giorgio Armani ad Azzedine Alaïa.
Alla festa inaugurale — tra Bianca Jagger, Joan Rivers, Barbara Walters, Lorraine Bracco, Bobby Short, Peter Gabriel e Barry Diller — si poteva ammirare l’immenso spazio progettato da Peter Marino: pietra calcarea francese, arte contemporanea originale e, nella sezione gioielleria, un enorme acquario pieno di pesci esotici.
Il cocktail era appena iniziato quando Isabel Toledo vendette un maglione, la prima vendita della serata.
Barneys divenne rapidamente una cattedrale del minimalismo.
Sulle grucce e nelle vetrine, il nero dominava: il colore prediletto da una clientela creativa, intellettuale e cosmopolita — e persino dai venditori, che sembravano spesso usciti da un casting di moda.
Furono gli anni di Jil Sander, Narciso Rodriguez, Ann Demeulemeester e Helmut Lang.
Martin Margiela presentò abiti così essenziali che non andavano oltre tessuti tagliati a forbice, senza cuciture e stampati come serigrafie.
Donna Karan costruì intere collezioni attorno al body nero.
Nel 1994, Calvin Klein, ancora alla guida del suo impero, presentò una collezione primavera/estate che viene tuttora considerata un punto cardine del minimalismo anni ’90.
Sul runway apparve Kate Moss, epitome dell’epoca: slip dress nero lungo indossato sopra una canottiera bianca, viso pulito, capelli raccolti e pesanti scarponcini neri con calzini corti.
Due anni dopo, nell’autunno 1996, Calvin Klein inaugurò la sua prima boutique a pochi passi da Barneys.
Il negozio, progettato dall’architetto britannico John Pawson, maestro del minimalismo, fu concepito come una galleria: ogni capo e ogni oggetto esposto come un’opera d’arte.
Le tonalità dominanti erano beige, grigio e greige, che si estendevano dall’abbigliamento a ceramiche, lenzuola, vasi e posate.
Il mondo di Calvin Klein era sereno, sensuale, distaccato da qualsiasi forma di stridore.
Per trovare una musa che incarnasse quella visione, Klein non dovette cercare lontano.
La responsabile della comunicazione e delle “relazioni speciali” della boutique era Carolyn Bessette, che dal 1994 era balzata alla notorietà come fidanzata di John F. Kennedy Jr.
Il suo stile impeccabile, il guardaroba perfetto e una presenza naturalmente elegante avevano conquistato il designer e i redattori di moda.
La coppia morì nel 1999 in un incidente aereo mentre volava verso Martha’s Vineyard.
Carolyn veniva spesso fotografata nelle strade di TriBeCa, dove viveva con Kennedy in un loft che oggi appartiene a Christy Turlington.
Illustrazioni per cortesia di Manuel Santelices



