Stile

L’IMPATTO MIYAKE, PLISSÉ DAL FUTURO

Team ISSUE - Novembre 27th, 2025

Immagina un capo leggero come un foglio di carta, e allo stesso tempo strutturato, pratico, capace di piegarsi e dispiegarsi senza stropicciarsi, destinato a durare nel tempo. Questa era la promessa — e la realtà — di Issey Miyake. Per lui la moda non era una questione di tendenze passeggere, ma un modo per comprendere come un tessuto si muove, respira e convive con il corpo. Miyake, scomparso nell’agosto 2022 all’età di 84 anni, è stato molto più dell’uomo dietro ai celebri dolcevita di Steve Jobs: fin dai suoi esordi fu chiaro che non gli interessava seguire il flusso, ma costruire un linguaggio proprio, capace di ampliare i confini del vestire.

Nato a Hiroshima e sopravvissuto al bombardamento atomico a soli sette anni, non volle mai che quell’evento definisse la sua opera. Preferiva dedicarsi alla creazione di oggetti che portassero bellezza, gioia e leggerezza. Studiò design grafico a Tokyo, per poi trasferirsi a Parigi e New York, lavorando con Givenchy e Guy Laroche. Fu in quegli anni che assimilò l’essenza dell’haute couture, prima di iniziare a tracciare il proprio percorso.

All’inizio degli anni ’70 prese una decisione cruciale: tornare in Giappone. Nel 1970 fondò il Miyake Design Studio, preludio di quella che sarebbe diventata una rivoluzione silenziosa ma radicale. La sua visione era lontana dalla rigidità della couture parigina. Per Miyake, un abito non era completo finché non veniva indossato: diceva di realizzare l’80% del lavoro, lasciando il restante 20% alla persona che avrebbe dato vita al capo. Iniziò a sperimentare con materiali inattesi — metallo, plastica, carta giapponese — tanto interessato all’aspetto del tessuto quanto al suo comportamento: come cade, come reagisce al movimento, cosa può diventare grazie alla tecnologia. Questa fusione di tradizione nipponica e sperimentazione lo posizionò, insieme a Rei Kawakubo e Yohji Yamamoto, tra le voci che portarono l’avanguardia giapponese al centro della moda globale.

Cortesia Issey Miyake

La sua vena innovativa raggiunse l’apice con due progetti destinati a cambiare l’industria. Il primo fu Pleats Please, nato alla fine degli anni ’80: una tecnica di plissettatura permanente che permetteva di creare capi in poliestere leggerissimo, impossibili da stropicciare e facilissimi da lavare. Il segreto era geniale nella sua semplicità: i capi venivano confezionati più grandi e poi plissettati tramite calore, che fissava la forma per sempre. Il secondo fu A-POC (A Piece of Cloth), lanciato nel 1997 insieme all’ingegnere Dai Fujiwara: un tessuto continuo prodotto da una macchina computerizzata, dal quale si potevano “estrarre” i capi direttamente, senza cuciture e con scarti minimi — un’idea visionaria, anticipatrice delle attuali discussioni sulla sostenibilità.

L’impatto di Miyake superò le passerelle. La sua collaborazione più riconoscibile rimane quella con Steve Jobs, che trasformò i dolcevita Miyake nel suo uniforme iconico. Coltivò anche un rapporto creativo profondo con il fotografo Irving Penn, con il quale lavorò per 14 anni: non semplici cataloghi, ma veri studi sulla natura scultorea dei suoi abiti. Nel 1998 lasciò la direzione creativa per dedicarsi alla ricerca, pur continuando a seguire progetti speciali e iniziative come 21_21 Design Sight, spazio museale dedicato al design a Tokyo. E la sua linea di profumi — in particolare L’Eau d’Issey — rimane tuttora un classico intramontabile.

Dopo la sua scomparsa, il suo lascito è stato raccolto dai designer formati sotto la sua guida. Oggi Satoshi Kondo dirige la linea principale mantenendo intatto il DNA Miyake: fluidità, leggerezza, intelligenza formale. La maison continua a esplorare materiali, tecniche e innovazioni, eliminando tutto ciò che non è essenziale: bottoni, cerniere o ornamenti che interrompono il dialogo tra tessuto e corpo. Pleats Please e A-POC restano pilastri assoluti, mentre ogni collezione prosegue quella conversazione invisibile tra creazione e movimento.

Miyake ha dimostrato che la moda può essere tecnica e poetica, pratica e profondamente umana allo stesso tempo. Quel modo di vedere — rivolto avanti, verso la luce — continua a guidare ogni capitolo futuro della sua casa.

Cortesia Issey Miyake

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