“FASHION IS ART”… MA IN ZARA O GAP?
Team ISSUE - Maggio 6th, 2026
La moda ha smesso da tempo di appartenere esclusivamente alle grandi maison tradizionali. Oggi, qualsiasi capo capace di costruire una narrativa può occupare il centro della conversazione culturale, indipendentemente dal fatto che provenga da una casa storica o da un marchio mainstream. Quello che è accaduto al Met Gala 2026 lo dimostra chiaramente: Bad Bunny in Zara x John Galliano e Kendall Jenner con un look firmato Gap confermano che il valore di un abito non dipende più soltanto dalla sua etichetta, ma dalla capacità di generare impatto, discorso e identità visiva.
Il caso di Bad Bunny funziona particolarmente bene perché interpreta l’abbigliamento come estensione di un personaggio culturale. Il look non cercava di nascondere l’origine commerciale della collaborazione — al contrario, la trasformava nel cuore della conversazione. Che un brand legato al consumo globale arrivi al Met Gala attraverso il linguaggio teatrale di Galliano racconta un’industria in cui i confini tra esclusività e mass market si sono ormai dissolti. La questione non è che Zara “sia arrivata” al gala, ma che non abbia più bisogno di chiedere il permesso per esserci.
Cortesia Getty Images
Con Kendall Jenner è accaduto qualcosa di simile, ma da un’altra prospettiva. Il fatto che Gap riesca a trasformare una semplice T-shirt in un pezzo da red carpet dimostra come il contesto possa modificare completamente la percezione di un capo. La costruzione simbolica pesa più dell’oggetto stesso. La moda contemporanea sembra ossessionata dal reinterpretare l’ordinario: elevare il quotidiano, spostare l’attenzione dalla tecnica all’idea. E in questo terreno, i brand di largo consumo possiedono un vantaggio evidente, perché da decenni modellano l’immaginario visivo collettivo.
Un tempo il Met Gala funzionava come una fantasia separata dal mondo reale. Oggi quella distanza è impossibile da sostenere. La presenza di colossi commerciali e figure legate al potere economico trasforma l’evento in qualcosa di molto più complesso di una semplice celebrazione estetica. Gli abiti restano centrali, certo, ma agiscono anche come sintomo di un’industria in cui cultura, capitale e visibilità fanno ormai parte della stessa struttura.
Quello visto quest’anno non è stato un incidente nel sistema moda, ma la conferma definitiva della direzione in cui il settore si è già spostato.
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