Stile

PUCCI, BOHEMIA IN CHIAVE ANCESTRALE

Team ISSUE - Aprile 20th, 2026

La sfilata di Emilio Pucci per la collezione Ready-to-Wear primavera 2026 si è percepita più come un momento che come un evento. In uno spazio di pietra in Sicilia, carico di storia e materia, tutto sembrava accadere senza sforzo: gli abiti, il movimento, la luce. Non c’era alcuna ricerca di spettacolarità, ma una calma calibrata, quasi sospesa. Le modelle camminavano come se appartenessero già a quel luogo, indossando capi che non volevano emergere, ma convivere con l’ambiente. La scena non si imponeva, si lasciava abitare.

È qui che prende forma l’idea di bohemien, ma in una versione spostata. Non come codice evidente o estetica riconoscibile, ma come modo più organico di esistere all’interno della collezione. C’è qualcosa nel modo in cui i capi si muovono — senza rigidità, senza eccesso narrativo — che richiama una libertà più interiore che visiva. Non è disordine, è naturalezza. Non è tendenza, è continuità.

Cortesia Pucci

La direzione creativa di Camille Miceli insiste su questo equilibrio tra spontaneità e precisione. A un primo sguardo, tutto sembra costruito sul momento: abiti che cadono senza struttura rigida, foulard che diventano capi, strati che si sovrappongono senza una logica immediata. Ma questa apparente improvvisazione è ingannevole. Il print — elemento identitario di Pucci — agisce come struttura più che come decorazione, organizzando ogni pezzo dall’interno. Nulla è davvero lasciato al caso.

Più che reinventarsi, Pucci si riconosce. La collezione non cerca di essere completamente nuova, ma di affinare ciò che già esiste. In questo gesto, il bohemien cambia significato: smette di essere posa e diventa stato. Qualcosa che non si costruisce verso l’esterno, ma si sostiene dall’interno, con una naturalezza che non ha bisogno di spiegazioni.

Cortesia Pucci

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