Stile

LA PERFEZIONE ASSOLUTA DI AZZEDINE ALAÏA

Team ISSUE - Ottobre 10th, 2025

Ci sono artisti che sfidano il tempo perché non lavorano per il tempo. Azzedine Alaïa era uno di loro.
Mentre l’industria della moda correva dietro alle stagioni, lui restava immobile, misurando ogni millimetro di una cucitura, ogni perla ricamata, ogni curva di un abito. Non gli importavano le scadenze né i titoli dei giornali: contava solo il risultato. Le sue collezioni potevano richiedere mesi, persino anni, ma non arrivavano mai in ritardo — arrivavano quando erano pronte.

La sua relazione con la moda nacque in Tunisia, dove iniziò come assistente di sartoria ancor prima di laurearsi. Ben presto le prime clienti si innamorarono del modo in cui sapeva valorizzare la figura femminile. Successivamente studiò scultura alla Scuola di Belle Arti del suo paese, per poi scoprire che il suo vero talento era vestire il corpo umano. E si vedeva. Quando decise di dedicarsi interamente alla moda, Alaïa non disegnava bozzetti: modellava direttamente il tessuto sul manichino, con la precisione di uno scultore.

Alla fine degli anni Cinquanta, si trasferì in Francia. Consapevole dell’importanza di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, riuscì presto a collaborare con pionieri come Christian Dior, Guy Laroche e Thierry Mugler. Negli anni Sessanta aprì un piccolo atelier nel cuore del Marais, a Parigi. Quel laboratorio divenne un rifugio dove il tempo si diluiva e la pazienza si trasformava in arte.

Negli anni Ottanta, mentre la moda celebrava l’eccesso e la stravaganza, Alaïa riscrisse il concetto di sensualità. Creò abiti che seguivano la forma del corpo, realizzati in tessuti elastici e pelle, aderenti come una seconda pelle. La collezione del 1981 lo consacrò: silhouette scolpite, nero assoluto, tagli millimetrici. Non cercava di provocare, semplicemente sapeva tradurre l’anatomia in design.

Cortesia Getty Images

Naomi Campbell fu tra le prime a capirlo. Aveva appena sedici anni quando Alaïa la scoprì, la accolse nella sua maison e la trasformò nella sua musa. “Papa Alaïa”, lo chiamava — e non era una metafora. Le insegnò il mestiere, la fece sfilare, la protesse. Intorno a lui gravitavano Grace Jones, Tina Turner, Stephanie Seymour, Christy Turlington: donne che, indossando i suoi abiti, incarnavano la sua idea di forza e libertà.

Alaïa non cercava lo spettacolo. Rifiutava premi, evitava interviste e continuava a lavorare anche quando il mondo già lo considerava una leggenda. Chi lo conosceva da vicino lo descriveva come esigente, a tratti ostinato, ma di una generosità fuori dal comune. Non presentava le sue collezioni seguendo il calendario, ma solo quando sentiva che erano perfette. Il suo perfezionismo non nasceva dall’ego, bensì dall’amore: amore per le donne, per la forma e per il mestiere. Non a caso, Michelle Obama, Lady Gaga e Rihanna — tra molte altre — si sono affidate a lui.

Dopo la sua scomparsa nel 2017, il suo lascito rimane vivo come la sua ossessione per la perfezione. In un’industria che accelera senza voltarsi indietro, Alaïa ci ha insegnato che l’eternità si costruisce con calma. I suoi abiti continuano a parlare, ricordandoci che la vera modernità non si misura in stagioni, ma nella capacità di creare qualcosa che non invecchia mai.
Oggi, sotto la direzione creativa di Pieter Mulier, la Maison Alaïa prosegue quel percorso: più che vestire i corpi, li rende immortali.

Cortesia Getty Images e Maison Alaïa

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